Dalla conferenza annuale del Parmigiano Reggiano, escono i numeri del 2025 che mostrano un andamento in espansione sui mercati internazionali, mentre si ritrova con un assestamento sul fronte del mercato interno. È il quadro che emerge dalla conferenza stampa annuale del Consorzio, tenutasi il 26 marzo 2026 a Palazzo Giureconsulti a Milano, dove sono stati presentati i dati economici relativi all’anno precedente. Il giro d’affari al consumo si è attestato a 3,96 miliardi di euro, mentre la produzione ha toccato 4.189.945 forme (circa 168.225 tonnellate), segnando un +2,7% rispetto al 2024.
La produzione sale: Parma guida, seguono Reggio Emilia e Modena
La crescita produttiva si distribuisce su tutto il territorio di denominazione. Parma mantiene il primato con 1,391 milioni di forme, davanti a Reggio Emilia (1,242 milioni), Modena (0,918 milioni), Mantova (0,524 milioni) e Bologna (0,115 milioni). Dietro questi volumi c’è una filiera che coinvolge 50.000 persone, 2.103 allevatori che conferiscono latte ai caseifici, 242.000 bovine di oltre 27 mesi di età e 287 caseifici produttori. Il latte complessivamente lavorato ammonta a 2,08 milioni di tonnellate, pari al 15,5% della produzione nazionale di latte vaccino.
Prezzi all’origine in forte crescita: il 24 mesi guadagna il 24,8%
Uno degli aspetti più rilevanti dell’annata riguarda l’andamento delle quotazioni all’origine. Per il Parmigiano Reggiano 12 mesi, la media annuale 2025 si è collocata a 13,22 €/kg, con una variazione positiva del +20,6% rispetto al 2024. Ancora più marcata la progressione per la stagionatura da 24 mesi: il prezzo è passato da 12,50 €/kg nel 2024 a 15,59 €/kg nel 2025, registrando un incremento del +24,8%. Un segnale che riflette tanto il miglioramento del posizionamento della DOP quanto la crescente attenzione dei consumatori verso le stagionature più lunghe.
Il mercato domestico frena: meno acquisti, stessa fedeltà al prodotto
In Italia, il 2025 ha portato con sé una dinamica inattesa: la quota domestica si è assestata al 49,5% (elaborazione Osservatorio Sell-In Nielsen sui maggiori 21 operatori), con i volumi in calo di circa il 10%. Il meccanismo alla base di questa contrazione è relativamente chiaro: l’aumento dei prezzi al dettaglio ha spinto molte famiglie ad acquistare con minore frequenza e in quantità ridotte. Non si tratta tuttavia di abbandono del prodotto — la base dei consumatori è rimasta stabile — quanto piuttosto di un adeguamento delle abitudini di spesa a un contesto economico più selettivo. Il giro d’affari complessivo ha comunque tenuto.
A livello distributivo, la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) si conferma il canale principale con il 65,5% delle vendite. Segue il canale industria al 17,3%, sostenuto dall’impiego crescente del Parmigiano Reggiano come ingrediente in prodotti trasformati. Il canale Horeca si ferma al 6,7%, marginale ma con potenziale di sviluppo, mentre il restante 10,5% transita dagli altri canali di vendita.
Export oltre la metà: la DOP conquista i mercati extra-UE
Per la prima volta, la quota export ha superato la soglia del 50%, attestandosi al 50,5% del totale, pari a 74.980 tonnellate (contro le 72.440 tonnellate del 2024), con una crescita del +2,7%. Il giro d’affari alla produzione è salito a 2,15 miliardi di euro.
Tra i mercati UE, la Francia rimane il principale sbocco con 14.800 t. (-0,3%), sostanzialmente stabile, seguita dalla Germania a 10.400 t. (+0,1%). Sul fronte extra-UE — dove la crescita complessiva si è attestata al +4,2% — spiccano i risultati del Canada (+8,3%, 3.900 t.), della Svezia (+8,8%, 2.500 t.) e del Regno Unito (+7,8%, 8.400 t.).
USA: primo mercato estero, ma i dazi complicano il 2026
Gli Stati Uniti restano il primo mercato estero in assoluto per il Parmigiano Reggiano, con 16.800 tonnellate e una crescita del +2,3% nel 2025. Tuttavia, lo scenario per il 2026 si è complicato: ai dazi storici del 15% si sono aggiunte nuove tariffe per un totale che ha raggiunto il 25%, con la prospettiva di ulteriori incrementi. L’incertezza normativa e operativa ha già prodotto effetti concreti: molti importatori hanno rallentato gli ordini in attesa di maggiore chiarezza sulle regole. Una situazione che, insieme alle tensioni geopolitiche più ampie, rappresenta un fattore di rischio non trascurabile per l’annata in corso.
34,3 milioni in comunicazione: il Parmigiano Reggiano come brand globale
Per contrastare le pressioni esterne e rafforzare il proprio posizionamento, il Consorzio ha investito circa 34,3 milioni di euro in marketing e comunicazione. L’obiettivo dichiarato è consolidare il Parmigiano Reggiano come specialità premium riconoscibile a livello globale, lavorando sulla distintività della DOP attraverso una comunicazione orientata alla consapevolezza del consumatore: stagionatura, area di origine, processo produttivo e caratteristiche sensoriali sono i temi centrali di questa strategia.
Il Progetto Turismo: da 85.000 a 300.000 visitatori entro il 2029
Tra le novità annunciate alla conferenza spicca il “Progetto Turismo”, definito come la prima iniziativa organica di sistema per valorizzare il territorio del Parmigiano Reggiano come vera destinazione. L’area già registra circa 4 milioni di visitatori l’anno; il piano punta a portare quelli specificamente attratti dal mondo del Parmigiano Reggiano dagli attuali 85.000 a 300.000 entro il 2029. Il progetto integra caseifici, aziende agricole, strutture di ospitalità ed esperienze gastronomiche, puntando a costruire un sistema di accoglienza strutturato attorno al prodotto. Significativo il dettaglio finanziario: gli investimenti sono interamente privati, senza supporto di fondi pubblici, a conferma della volontà del Consorzio di guidare autonomamente questo percorso.
La parola al Presidente: Nicola Bertinelli

«Il 2025 conferma che il Parmigiano Reggiano è sempre più un prodotto internazionale, con una quota export che ha superato la metà del totale e un posizionamento premium riconosciuto nei principali mercati», ha dichiarato Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio. «Stiamo facendo un grande lavoro per rafforzare il Parmigiano Reggiano come icona globale del Made in Italy, capace di generare valore e garantire una buona remunerazione per la filiera. Allo stesso tempo, dobbiamo affrontare alcune sfide importanti: da un lato la contrazione dei consumi in Italia; dall’altro una situazione internazionale complessa, che ci penalizza in particolare negli Stati Uniti, dove l’incertezza normativa sui dazi e le tensioni geopolitiche stanno rallentando gli scambi. In questo scenario, sarà fondamentale continuare a investire sulla crescita nei mercati internazionali e sulla valorizzazione della distintività del nostro prodotto».
