
Sono in montagna e piove, ho visto l’articolo del Corriere di Bologna su “La crisi infinita di Fico”; amo troppo Bologna per non dire la mia.
A sette anni dall’inaugurazione del progetto FICO – oggi ribattezzato Grand Tour Italia – il bilancio è impietoso: perdite milionarie, debiti in crescita, pubblico assente.
Nel solo 2024 il rosso ha toccato 4,7 milioni di euro. La famiglia Farinetti, rimasta sola alla guida dopo l’uscita di Coop, ha versato altri 7 milioni per cercare di mantenere in vita una macchina che non ha mai realmente ingranato.
La domanda che molti si pongono, oggi più che mai, è semplice: perché?
***La narrazione della crisi
Secondo Oscar Farinetti, il problema risiede nei bolognesi: “Non hanno mai amato FICO”, ha dichiarato a suo tempo. E i turisti? “Non si spostano dal centro” nonostante i tentativi di un bus dedicato.
La nuova strategia Gran Tour Italia punta quindi sul pubblico della Romagna e di Modena, con l’attesa fiduciosa che tram e stadio, in costruzione nei pressi dell’area, porteranno nuovi visitatori.
Ma questo ragionamento appare sempre più come una razionalizzazione postuma, che evita la vera questione: la formula non ha mai funzionato.
***Il grande assente: l’identità bolognese
Grand Tour Italia, come già FICO prima di esso, ha fallito per una ragione fondamentale: ha ignorato la cultura gastronomica bolognese come cuore del progetto.
I turisti vengono a Bologna non solo per ammirare le torri imponenti o i portici affascinanti, ma soprattutto vengono per mangiare tagliatelle al ragù, tortellini, lasagne, taglieri, crescentine, friggione, mortadella, Pignoletto e Sangiovese ecc. È questo che cercano i residenti e i turisti.
Invece, il progetto “FARINETTI” ha proposto un’offerta dispersiva, che spazia dalla pizza ai panini gourmet, passando per cibi “da tutta Italia” privi di radicamento territoriale.
In pratica: tutto, tranne Bologna.
***Un’idea sbagliata, punto.
La crisi di FICO – e oggi di Grand Tour – non nasce da mancanza di tram, di turisti sedentari o di tifosi del calcio affamati. Nasce da una formula sbagliata, che ha sempre vissuto nel limbo tra:
– parco tematico didattico per scolaresche e famiglie;
– food di fascia medio-alta;
– centro commerciale del gusto;
– spazio fieristico.
In realtà non è mai stata né l’uno né l’altro. Né Disneyland, né Eataly, né un luogo dove tornare due volte.
Il pubblico l’ha capito. E ha reagito con la più semplice delle risposte: l’assenza.
***Nessun Patto con la Città, una astronave calata dall’alto
L’assenza di coinvolgimento del tessuto cittadino è un aspetto ancora più preoccupante. FICO è nato come un ambizioso progetto pubblico-privato, sostenuto da CAAB, Coop, Eataly e altre istituzioni, ma non ha creato un’alleanza autentica con ristoratori, osterie, consorzi, enoteche, botteghe e i produttori locali.
Anziché vedere la ristorazione bolognese come un alleato, si è sviluppata una struttura PARK percepita dai bolognesi come un “DISVALORE PER LA CITTA’”
Di conseguenza, i cittadini hanno voltato le spalle, ovviamente il centro storico ha continuato a vantare una gastronomia vivace, autentica e di successo, distante anni luce dal food park di periferia.
Uno degli aspetti più indicativi del fallimento è stata l’assenza di un accordo con i ristoratori della città. È stata invece adottata una logica verticale e proprietaria.
Nessuno è stato coinvolto, nessuno si è sentito rappresentato. I cuochi non hanno investito nel progetto, né professionalmente né simbolicamente.
Senza il supporto dei veri ambasciatori del gusto bolognese, quelli che veramente accolgono i turisti tutti i giorni …….. il progetto ha perso ogni legittimità culturale e commerciale.
Qual è il risultato? La città ha scelto di ignorarlo, e con essa, anche il turismo di qualità.
***Non bastano tram e stadio
Pensare che la crisi si possa risolvere con il completamento del tram o con il nuovo stadio è una fuga in avanti.
Le infrastrutture non generano contenuti. Possono agevolare chi ha già qualcosa da offrire, ma non possono salvare un luogo che non convince nel suo concept.
Un ristorante vuoto non si riempie perché migliora la viabilità: si riempie se l’esperienza è memorabile. E Grand Tour Italia, ad oggi, non lo è.
***Una crisi sistemica, non logistica
La vera lezione è questa: non si può rappresentare la cucina italiana senza partire dai luoghi, dalle comunità, dalle storie vere.
Il cibo non è un’attrazione da parco tematico: è un patrimonio culturale che vive nelle persone, per fare questo ci voleva un “focus” chiaro e percepito “non uno zibaldone”.
FICO, prima, e Grand Tour oggi, hanno cercato di confezionare una narrazione astratta, senza radici, ignorando la Cultura Gastronomica Bolognese famosa ed amata in tutto il mondo.
Il risultato? Un grande contenitore vuoto.
***Un’occasione perduta: Bologna capitale UNESCO della cultura gastronomica bolognese
Ciò che rende ancora più amaro il bilancio di Grand Tour Italia è l’occasione storica che è andata sprecata.
Lo spazio dell’ex mercato ortofrutticolo, dove sorge oggi il parco, era perfetto per diventare il crocevia permanente della cultura enogastronomica bolognese, non una FIERA AMBULANTE DEL CIBO.
Bologna, con la sua Università millenaria, il patrimonio artistico e musicale, il territorio agricolo fertile e i saperi artigianali radicati, si è configurata nei secoli come un autentico crocevia culturale. È da questa stratificazione di conoscenze, cultura, uomini e scambi che ha preso forma una tradizione culinaria unica: popolare nelle origini, colta nella trasmissione, straordinariamente coerente nel tempo.
In questo contesto, la città possedeva tutte le premesse per aspirare a un obiettivo ben più ambizioso: diventare un riferimento internazionale per la cultura gastronomica e candidarsi a patrimonio immateriale dell’umanità.
un Museo della Cultura Gastronomica Bolognese,
Enoteca del vino dei colli bolognesi e colli imolesi
Rappresentazione dell’arte e della cultura fondamenti della cultura del cibo sotto le due Torri.
un centro virtuoso della ristorazione bolognese vera
un centro di documentazione e divulgazione della civiltà del cibo bolognese.
scuola di formazione del cuoco bolognese, della sfoglina e del salumerie.
una piattaforma culturale da cui lanciare la candidatura di Bologna a sito UNESCO per la cultura gastronomica come patrimonio immateriale dell’umanità.
Sarebbe stato un progetto coerente con la città, con la sua anima, con il suo posizionamento internazionale. Un’operazione culturale di respiro globale, non un luna park del gusto generalista.
Questi erano i veri valori da far vedere e capire agli studenti di tutte le scuole.
***Ripensare tutto, ma con radici
Il tempo delle scuse è finito. Forse qualsiasi progetto non ha più credibilità, ora è tutto difficile pensare al futuro.
Però se qualcosa può ancora essere salvato, deve nascere da una visione completamente diversa:
– più memoria viva;
– più storia e cultura gastronomica;
– più alleanza col territorio;
– meno eventi effimeri e più progetti di riconoscimento della cultura made in BO.
Il progetto di Oscar Farinetti (persona che stimo per il suo coraggio e forza comunicativa) poteva diventare un’istituzione permanente della cultura gastronomica bolognese. Ha preferito essere un centro commerciale travestito da parco.
Questa scelta, ora, presenta il conto.