Ma è così importante l’aspetto dell’ambiente che ci circonda?
In linea di principio potremmo dare ragione a Seneca: “Animum debes mutare, non caelum”.
Tuttavia, non possiamo ignorare del tutto ciò che ci circonda; l’occhio reclama per sé una legittima parte di benessere e si correrebbe il rischio di non dare valore al cielo.
Seneca, poi, non conosceva Le Corbusier; difficile badare più all’animo se abiti una scatola circondata da scatole. A tutto c’è un limite: esiste l’inevitabile rapporto con la concretezza del reale, e dobbiamo far sì che questo dato sia per noi della migliore qualità possibile.
L’anima non ha occhi, noi sì.
Che Seneca non conosca Le Corbusier (o Gio Ponti, fa lo stesso) non è poi tanto una battuta; non possiamo applicare un principio di “tolleranza” all’elemento formale a prescindere dal suo aspetto. Tantomeno, chiudere il discorso attraverso principi sillogistici. Anzitutto perché un paesaggio nulla ha a che fare con i princìpi: un paesaggio è composto da forme. Le cose non hanno responsabilità morali; offrono al mondo la loro caratteristica intrinseca, quella dell’apparire, dell’essere aspetto. Forme, appunto, non contenuti. I contenuti appartengono ai romanzi, ai trattati filosofici. L’aspetto di un libro non determina la qualità del testo, l’aspetto di un edificio è in grado, invece, di determinare la qualità di un paesaggio. Eppure, la forma mentis modernista antepone all’oggetto il concetto, generando paradossi e gran danno al visivo quotidiano.

Il modernismo ha sempre sentito il bisogno di muoversi nel terreno dell’Hybris, poiché la forma aliena che supera il limite, impone la giustifica, che diventa attenuante generica al più esasperato relativismo.
Il modernismo è come un amante colto sul fatto. Raccatta gli abiti e balbetta: “Non è come sembra… posso spiegare!”. Dopo oltre un secolo cerca ancora le parole. È imbarazzato, imbarazzante. Scrive tonnellate di libri, formula teorie, manifesti, concezioni del mondo, sbandiera insofferenze, capricci, voluttà. Sembra un barattolino di merda, ma c’è dietro ben altro! Sembra una scatola in cemento armato, ma c’è dietro ben altro! Sembra una tela tagliata, ma c’è dietro ben altro!
“No, madre mia: è. Io non conosco sembra!”. È bene, infatti, ricordare che oltre al dietro esiste un davanti. Sì, perché l’arte non è un cadeau, che basta il pensiero. Tantomeno l’architettura. Se in un appartamento nel centro di Sangimignano sta appesa Guernica la città non è in minima parte lesa, viceversa se tra i vicoli ci mettiamo una scatola con le tapparelle, stile Terragni, allora cambia tutto.
Sfortunatamente, nella nostra scena il principe di Danimarca non fa il suo ingresso, e ci teniamo un trono usurpato, prodotto di un matrimonio frettoloso che ha portato in dote cancellazione invece di memoria.
Il fatto che ogni epoca abbia mal gradito le audacie per poi – piegata dall’abitudine – accettarle in seguito induce a credere sia ciclo fisiologico, e che per scatole e scatoloni sia solo questione di tempo. In effetti lo è stato, ma non significa sia giusto: ci si abitua a tutto (o quasi). Il brutto diventa alimento quotidiano; scrive Paolo Rognini: “È possibile utilizzare il termine esposizione, così come viene adoperato in campo epidemiologico: l’esposizione a contaminanti visivi provoca assuefazione e tolleranza. Tolleranza al brutto, che assume sempre più connotazioni inconsapevoli da parte di chi lo subisce, conducendo ad una sorta di sindrome di falso adattamento. Falso in quanto i nostri sistemi percettivi, ma soprattutto le reazioni psichiche, producono in ogni caso malessere che, tuttavia, non è rilevato”. Il concetto di mera esposizione, sperimentato da Robert Zajonc testimonia proprio questo.
Si tratta della grandissima capacità di adattamento, oggi definita – con fuorviante accezione positiva – resilienza. Siamo resilienti di fronte ai terribili paesaggi che ci circondano, alla brutta architettura, e non è propriamente qualcosa di cui andare fieri: vuol dire che abbiamo imparato a conviverci; per dirla con Alexander Mitscherlich, “l’abitudine ottunde”.
Parafrasando Feuerbach potremmo affermare che l’uomo è ciò che vede. Come esiste per l’organismo un cattivo nutrimento derivato da pessime abitudini alimentari, così esiste un cattivo nutrimento visivo derivato da pessime abitudini edilizie.
Dunque, che forma ha il modernismo?
Si tratta essenzialmente di geometria pura.

A pensarci, non è poi questa grande invenzione, ma ce l’han venduta bene. Vestiti da chef, servono una ciotola di acqua calda e assicurano che è un nuovo tipo di minestra. Della ricetta si son fatti garanti il professore, il critico: c’è da fidarsi.
Fanno queste cose impunemente, tanto ci sfiorano appena: l’epoca del dilagare del modernismo coincide con l’epoca dei consumi, della distrazione.
Sì, l’han venduta proprio bene.
Almeno, ai distratti. Chi è attento sa che mai nella storia dell’architettura ci è stato dovuto vendere bene qualcosa. Gli edifici si vendevano da soli, grazie alla loro bellezza, fossero cascinali o ville patrizie.
L’imbonitore è necessario quando il prodotto non è un granché o è proprio una truffa.
Oggi conta più il venditore dell’oggetto venduto. Conta più il contenuto del contenitore. Del resto, ça va sans dire: è l’ABC del modernismo.
Si auspica il: “perfezionamento di mezzi meccanici, l’uso razionale e scientifico del materiale”. L’edificio – la forma tout court – diviene utensile. L’assonanza con il noto aforisma di Le Corbusier: “macchina per abitare” (1923) è chiaramente anticipato da Sant’Elia nel 1914: “Noi dobbiamo inventare e fabbricare ex novo la città moderna simile ad un immenso cantiere tumultuante, agile, mobile, dinamico in ogni sua parte, e la casa moderna simile ad una macchina gigantesca”. “(…) la semplificazione deve orientare tutte le manifestazioni della nostra epoca industriale”.
Si dichiara: “Il problema dell’architettura moderna non è un problema di rimaneggiamento lineare. (…) ma di creare di sana pianta la casa nuova, costruita tesoreggiando ogni risorsa della scienza e della tecnica. (…) Questa architettura non può essere naturalmente soggetta a nessuna legge di continuità storica (…); si ricomincia da capo per forza”. È evidente la ferma volontà di troncare con ogni riferimento del vissuto architettonico. E troncando ogni riferimento si determina uno strappo che non consente omogeneità visiva. Continua Sant’Elia: “Come gli antichi trassero ispirazione dagli elementi della natura, noi dobbiamo trovare ispirazione degli elementi del nuovissimo mondo meccanico che abbiamo creato”.
Viene da dire, con un sospiro amaro: che peccato!
Il nostro era una cammino con la staffetta; nel bel mezzo ci siamo girati e non c’era più nessuno; correvano altrove.
La violenza marinettiana riservata al desiderio di una Serenissima dai canali asfaltati entro cui sfrecciano le automobili preconizza l’asfalto che ricopre i navigli nelle città in cui cancellare i segni del tempo. L’automobile è più bella della Nike di Samotracia. L’uomo industriale pensa in modo tecnico e costruisce in modo tecnico.
La forma modernista non appartiene ad alcuna cultura. È autoreferenziale e immemore. È figlia del tecnigrafo; a sé stante, aliena da qualsiasi vissuto. Per questo il suo non è un proporsi al mondo, ma un imporvisi, estranea e disumana. Del resto, le premesse degli intellettuali come Marinetti sono queste: “Facciamo coraggiosamente il brutto (…) Bisogna sputare ogni giorno sull’altare dell’arte”.
